L’orchestra nel pianoforte pt 1 – Gli archi

Il pianoforte è uno strumento apparentemente limitato nella varietà del suono rispetto ad un’orchestra, eppure consente di evocare molti timbri diversi. Ciò dipende, prima di tutto, dalla chiarezza delle intenzioni del pianista: in altre parole, dalla rappresentazione mentale del suono che si intende evocare. Nulla di più facile, quindi, che immaginare uno strumento dell’orchestra, a partire dagli archi.

Gli strumenti ad arco hanno un’emissione del suono molto diversificabile. Il primo elemento da considerare il movimento dell’arco. Le note suonate con la stessa arcata risultano come parte di un unico flusso, poiché il peso del braccio del violinista si trasferisce, tramite l’arco, da una nota all’altra, lasciando percepire la tensione musicale tra le note. Ciò è facilmente ottenibile anche al pianoforte: qui l’arcata può corrispondere al movimento del braccio del pianista, a condizione che si suoni utilizzando come leva l’intero braccio, e non solo il movimento delle singole dita o del polso. Bisogna usare (almeno parzialmente) il peso naturale del braccio, dosandolo su ciascuna nota e trasferendolo da una nota all’altra. Per dare l’idea di una intera frase suonata sotto una sola arcata, è possibile, al pianoforte, effettuare un singolo, progressivo movimento del braccio, spalmandone il peso su più note, ed eventualmente gestendo la forma dinamica (crescendo o diminuendo o una combinazione dei due) attraverso il graduale rilascio o sospensione del peso. Se si suona scaricando il peso del braccio sul tasto, è sufficiente alzare il gomito per sottrarre una parte del peso dal tasto, e in tal modo si otterrà un naturale, graduale diminuendo sulle note successive che vengono suonate all’interno dello stesso movimento del braccio (“arcata”). Viceversa, se durante l’ “arcata” abbassiamo il gomito, il peso del braccio sarà gradualmente maggiore, dando l’effetto di un naturale e progressivo crescendo.

Negli strumenti ad arco, l’arcata può essere in su o in giù. Anche al pianoforte è possibile decidere se suonare una nota (o un gruppo di note) “in su” o “in giù”, con approcci e gesti corrispondenti all’arsi e alla tesi. L’attacco “in su” (arsi) può essere realizzato alzando il braccio o l’avambraccio durante l’abbassamento del tasto. In tal modo si determina una sottrazione del peso, che produce una sorta di decelerazione nel movimento del martello. Il risultato è un attacco più morbido, aereo, perfetto per un suono che esca dal silenzio, o che, seguito da una pausa, ne prepari il silenzio.

L’attacco “in giù” è dato, come avviene con l’arco, da un progressivo movimento verso il basso dell’avambraccio o dell’intero braccio, durante l’abbassamento del tasto. Ciò produce un suono netto, in quanto l’abbassamento del braccio determina una accelerazione del martello sulla corda. Questo tipo di attacco determina un’espressione affermativa, perentoria.

Altri parametri per evocare il suono degli archi sono legati alla consistenza tattile dei crini dell’arco. In generale l’attacco dei crini è abbastanza morbido, specie se si considera un insieme di archi, come una fila dell’orchestra. Per evocare questa morbidezza timbrica è possibile toccare il tasto con la parte più carnosa del polpastrello, tenendo le giunture delle falangi rilassate, a creare un effetto di elastica sofficità. Viceversa, il tipico timbro dei “pizzicati” degli archi può essere riprodotto al pianoforte con un attacco leggero e staccatissimo, con le dita che a loro volta “pizzicano” i tasti, rilasciandoli un istante dopo averli abbassati, e con la massima leggerezza e rapidità.

(segue)

Roberto Prosseda