L’orchestra nel pianoforte pt 2 – I fiati

Proseguiamo la serie di esempi su come si possano evocare timbri diversi al pianoforte, focalizzandoci ora sugli strumenti a fiato. Ogni pianista, naturalmente, ha un proprio modo di gestire il suono alla tastiera, e le seguenti osservazioni non vanno lette come “regole”, bensì come alcuni dei tanti modi di sviluppare una paletta timbrica dettagliata e personale. Va da sé che ogni pianista, anche se ancora ai primi anni di studio, può scoprire da sé nuovi modi di attacco del tasto: del resto lo studio è anche ricerca di tecniche e modi espressivi diversi, e quanto si apprende per esperienza diretta rimane nel proprio bagaglio culturale in modo più radicato e naturale.

I LEGNI

L’oboe. Caratteristiche dell’oboe sono l’emissione con un attacco netto e un timbro chiaro, con una pronuncia distinta di ciascuna nota. Al pianoforte, queste caratteristiche sono evocabili tenendo il dito teso, e toccando il tasto con la punta del dito, in modo perpendicolare al tasto. Può essere efficace toccare il tasto anche con l’unghia del dito, essendo questa la parte più dura, che trasferisce al meglio il senso di nettezza dato dalla doppia ancia.

Il fagotto. Anch’esso a doppia ancia come l’oboe, si differenzia da questo per un suono più nasale, sempre ottenibile usando il dito teso come per l’oboe. Trattandosi qui di un registro più grave, può essere utile un tocco ancora più nitido e incisivo, per compensare la maggiore pesantezza dei martelli.

Il clarinetto. Strumento ad ancia singola, presenta un suono più scuro e morbido. Si può evocare tenendo sempre le dita tese, ma toccando il tasto non con la punta, bensì con il polpastrello, e giocando con la flessibilità delle giunture per ottenere quella tipica sinuosità timbrica.

Il flauto. Ha un suono più “soffiato”, meno concreto del clarinetto, specie nel registro più grave. Per evocarlo occorre un tocco morbido e un attacco molto lento del tasto, con leve molto flessibili, evitando il movimento delle dita, e suonando con l’intera mano che morbidamente abbassa i tasti.

GLI OTTONI

Il corno ha un timbro caldo e pastoso. Il dito che più si presta ad evocarlo alla tastiera è certamente il pollice, in virtù della sua maggiore superficie di contatto con la tastiera. È consigliabile di suonare usando la leva dell’intero braccio, senza articolare il singolo dito, per mantenere la tensione e la lunghezza di suono tipica dell’emissione del corno. Per ottenere la morbidezza dell’attacco è altresì importante abbassare il tasto lentamente e con tutto il peso del braccio. Numerosi gli esempi espliciti di imitazione del corno nella letteratura pianistica. Uno dei più celebri è l’inizio della Sonata Op. 81a di Beethoven.

La tromba. Il timbro squillante e aperto della tromba si può riprodurre con un attacco diretto e rapido, senza alcuna flessibilità delle articolazioni della mano. Il colore chiaro è ottenibile con un assetto basso del polso. È preferibile usare la punta del dito per dare al suono una adeguata brillantezza.

Il trombone. Si differenzia dalla tromba per un colore più scuro, evocabile al pianoforte con l’uso della parte più morbida del polpastrello, invece della punta. La maggiore morbidezza è ottenibile con una leggera flessibilità delle articolazioni della mano e del polso, pur mantenendo un attacco che usi la leva dell’intero braccio con il relativo appoggio. Tenendo il polso alto sarà più facile evocare il suo colore ambrato.

Il basso tuba. È caratterizzato da un timbro nasale e un’emissione costante con un attacco netto e una emissione costante. Questa caratteristiche richiedono l’uso dell’intero braccio, senza flettere le articolazioni, e mantenendo un assetto alto del polso, toccando il tasto con una ampia superficie del dito.

(segue)

 

Roberto Prosseda