Dar forma alla frase

Una caratteristica dei grandi interpreti, siano essi direttori d’orchestra, cantanti o strumentisti, è di avere sempre una concezione chiara e dettagliata della frase musicale, mantenendo uno sguardo globale della composizione che eseguono. E ciò si ripercuote su ogni singola nota, la quale, nella sua unicità, risponde anche ad un equilibrio collettivo, con la giusta proporzione espressiva nei confronti del contesto in cui si trova.

Viceversa, un aspetto tipico delle interpretazioni dilettantistiche (anche dei dilettanti di talento) è proprio quella di indugiare o ricercare l’effetto particolare su ogni singola frase, a costo di perdere la visione globale del brano.

Avere ampi orizzonti visivi durante l’esecuzione è, quindi, un’esigenza primaria per l’efficacia della propria interpretazione, e ciò non è affatto in contrasto con l’importanza di dare una adeguata considerazione espressiva ad ogni singolo dettaglio. Premesso che senza una visione d’insieme a priori ciò che sto per dire rimarrebbe un mero orpello manieristico, proviamo qui ad individuare alcuni parametri esecutivi che mostrano la consapevolezza (o meno) di una visione ad ampio raggio della “mappa” del brano.

Il primo aspetto riguarda le accentuazioni: proprio come nella lingua parlata, i punti in cui appoggiamo la voce determinano la forma plastica della frase, e di conseguenza ne plasmano l’effetto espressivo. La lingua italiana è particolarmente ricca di sfumature in questo senso. Una medesima frase può essere pronunciata dando diversi appoggi a ciascuna sillaba.

Come fare, dunque, a scegliere la forma di una frase? La prima cosa da fare, ovviamente, è di cercare i suggerimenti che lo stesso compositore spesso indica in partitura. Segni come le legature, gli staccati, gli accenti (nelle loro varie tipologie e gradazioni), oltre alle indicazioni dinamiche di crescendo e diminuendo, sono spesso il modo più semplice per il compositore di farci intendere la sua visione della frase. È anche vero, però (è qui è il bello dell’interpretazione musicale) che spesso la stessa frase musicale può essere letta, rispettando le indicazioni in partitura, con diverse forme dinamiche.

È quindi utile, nella fase in cui si cerca e si definisce la propria interpretazione, provare a suonare la stessa frase in tanti modi diversi, sempre rispettando le indicazioni, e farsi suggerire dalla musica stessa la soluzione che ci sembra più vicina al nostro sentire. Rimane indubbio che un fraseggio statico e ripetitivo quasi mai è funzionale alla musica, come avviene anche nel parlato: solo uno straniero o un robot parlerebbe italiano senza variare le accentuazioni su ogni parola.

Spesso, inoltre, può accadere che il risultato espressivo non sia il frutto di una nostra scelta, ma derivi dal movimento compiuto dalla mano e da involontari appoggi e accenti che possono derivarne. Un semplice espediente può essere, quindi, quello di cantare con la propria voce la melodia della frase, così da avere un feedback indipendente da eventuali problemi tecnici. Quasi sempre, del resto, noi abbiamo già in coscienza una idea bella e varia dell’espressione, ma rischiamo di perderla di vista se non ne acquisiamo la giusta consapevolezza a priori, ossia prima di suonare quella frase allo strumento.

Roberto Prosseda